MARCO STANCATI

Intervista a Marco Stancati


#GALATEOLINKEDIN INCONTRA MARCO STANCATI

Comunicatore d’impresa e docente alla Sapienza di Roma

Vogliamo rendere LinkedIn uno spazio di lavoro più efficace e, al tempo stesso, capace di coltivare un mondo digitale migliore.

La nostra visione è condivisa da alcuni professionisti che hanno scelto di dare un loro contributo attraverso una serie di interviste realizzate dalla redazione di Galateo LinkedIn.

Oggi è la volta di Marco Stancati.


1. Cominciamo dai massimi sistemi: qual è la vera disruption che i social network hanno introdotto nelle dinamiche di networking e nel modo di fare accademico?

L’Università ha dovuto accettare, definitivamente, di dover condividere la divulgazione della conoscenza con altri luoghi, altre occasioni, altre modalità di condivisione.

Il processo era già in atto da tempo, ma l’accelerazione della rivoluzione digitale negli ultimi dieci anni e l’irrompere dei Social network lo ha reso evidente e innegabile.

Questo non vuol dire che l’aula universitaria abbia perso di significato: al contrario, lo scambio di conoscenze in una comunità fisica ha il valore aggiunto della comunicazione totale (verbale, non verbale, para verbale) diretta e non mediata.

Lo stesso fenomeno del moltiplicarsi dei Festival (della Letteratura, della Filosofia, della Comunicazione, della Scienza…), che sono forme di università diffusa, testimonia che la presenza fisica in uno stesso luogo di più persone con un obiettivo comune costruisce senso e nuova conoscenza.

La comunità non è stata uccisa dalle community, anzi la prima è stata esaltata dal proliferare delle seconde che commentano, promuovono, divulgano gli eventi aggiungendo strati di conoscenza digitale.

A livello di singolo docente poi, se accetti lo scambio sui Social, il rapporto sarà inevitabilmente più informale e orizzontale.

Ma questo non vuol dire né confondere i ruoli né compromettere la qualità della conoscenza scambiata.

Oggi passiamo continuamente dall’on all’off line e viceversa, riprendendo sempre il filo del medesimo dialogo.

Sono solo due aspetti della medesima quotidianità, sempre più intimamente connessi.

2. Quanto e come usano i Social network, le Università?

Il rapporto all’inizio è stato difficile, di diffidenza: nel 2007 ancora si discuteva (lo so, ora fa sorridere) se consentire o meno il micro blogging durante le lezioni; e non escludo che da qualche parte se ne discuta ancora oggi.

Tutte le Università italiane hanno degli account ufficiali sui Social; quattro anni fa eravamo a poco più del 50%.

Certo, in ritardo rispetto a quanto successo in Inghilterra e negli Usa.

Ma soprattutto è in ritardo il processo di consapevolezza dello strumento: il social media management delle Università è poco coordinato tra Dipartimenti di uno stesso Ateneo prima ancora che tra Atenei diversi, spesso non è inserito organicamente nei flussi di comunicazione interna prima che esterna, ed è utilizzato più per rispondere a domande burocratiche che per stimolare processi di conoscenza e scambio di esperienze.

L’Università, che ha fatto del “fenomeno Social” un rilevante campo d’indagine per i suoi ricercatori, dovrebbe trarne le conseguenze nella sua quotidianità operativa, a cominciare dalla messa in discussione del linguaggio prevalente sui Social: enfatico,
iperbolico, estremo quando non estremista.

E proporre invece con decisione un suo linguaggio: incisivo ma rigoroso, innovativo per i contenuti e non per gli effetti speciali, stimolante senza ricorso al superlativo assoluto come unico grado possibile per gli aggettivi.

Testimonianza quest’ultima del rischio dell’affermarsi di un pensiero semplicistico che rifiuta la complessità del pensiero sistemico.

Ecco, l’Università non può non essere partecipe dei processi di educazione (civica) digitale, a cominciare dallo strumento principe della relazione: il linguaggio.

3. Restringendo il campo, e a proposito del tuo lavoro: LinkedIn ti ha aperto qualche tipo di opportunità? Se sì, quale e come ci sei riuscito?

Breve premessa, per contestualizzare il senso della risposta: io sono un analogico, anagraficamente e culturalmente.

Poi immigrato digitale per vocazione: voglio continuare a essere figlio dei miei tempi, che inevitabilmente evolvono.

Con una lunga esperienza professionale alle spalle, LinkedIn non poteva essere l’elemento decisivo nella dinamica delle mie collaborazioni lavorative.

Per le quali hanno funzionato soprattutto tre cose: il passa parola tradizionale, il ruolo di docente universitario, una visione completa delle aziende (prima da manager, poi da consulente).

In un caso però LinkedIn è stato effettivamente il punto di partenza per un importante rapporto di consulenza poi consolidatosi: quello che ha fatto scattare la scintilla è stato la descrizione di un mio progetto di comunicazione interna declinato con obiettivi e contenuti.

Per il resto uso LinkedIn per una prima verifica degli skill professionali dei miei interlocutori (e non sono certo il solo); funzione davvero da non sottovalutare!

Diversa la situazione per la generazione Millennial con curricula inevitabilmente più brevi: LinkedIn è un biglietto da visita esteso, da curare in ogni dettaglio.

Evitando di contaminarlo con approcci dialettici e iconici tipici di Social non professionali.

4. “LinkedIn non è Facebook” è tra i contributi più ricorrenti a #GalateoLinkedIn. Al di là della tautologia utilizzata per semplificare, cosa ci vedi dietro questa affermazione?

Le tautologie spesso nascondono la difficoltà di argomentare in maniera esemplificativa e articolata e tradiscono forse, in questo caso, una paura di fondo: di non saper utilizzare ogni Social per il suo specifico.

Anche perché le loro caratteristiche tendono a convergere per un processo di rincorsa emulativa che finisce per appiattirne le differenze.

Ma ci vedo dell’altro.

Dovremmo essere noi utenti a rafforzare i caratteri distintivi di LinkedIn puntando sulla qualità e coerenza delle relazioni, perché la deriva quantitativa (più follower… più onore/visibilità) è sempre in agguato. I padroni del vapore, alla fine, vendono pubblicità e servizi e, al di là delle dichiarazioni, si muovono su un mercato per il quale la quantità conta e come.

E lo stesso richiamo del mercato funziona per gli Influencer, che ormai hanno dato vita a forme, strutturate e non, di marketing specifico.

Credo sinceramente che la questioni resti aperta: la qualità delle relazioni in un Social network professionale può essere vincente da sola o deve essere conciliata anche con il dato quantitativo per avere un impatto e un futuro?

In attesa di risposta, con #GalateoLinkedIn si sta facendo comunque cosa buona e giusta.

5. Ora ti mettiamo alla prova: descrivi LinkedIn con un’immagine.

Troppo poco un’immagine. Mi ne viene in mente una sequenza. Anzi un piano sequenza…

Interno metropolitano, minimalista ma con cedimenti pop-nostalgici anni 70.

Piano sequenza: una scrivania davanti a una finestra, aperta su una piazza dove scorre il traffico.

Di spalle un uomo con un giubbotto senza maniche beve un caffè, guardando fuori. La macchina da presa s’avvicina zoomando sulla scrivania: c’è un laptop acceso, s’intravvede il layout di LinkedIn; a destra un blocchetto per appunti con copertina rossa e una penna che lo tiene aperto.

Dall’altra parte inizia a vibrare uno smartphone. La macchina si sposta con lentezza facendolo entrare nell’inquadratura.

L’uomo lascia che vibri ancora due volte, poi poggia la tazzina, guarda lo schermo: “Eccolo, è lui… quello dei dieci e-book”. E infila il jack delle cuffiette; l’ombra di una donna nella stanza entra lentamente in campo.

L’inizio del primo LinkedIn thriller? Forse.

6. Per concludere, ti chiediamo un tip da condividere con il popolo di LinkedIn. Qual è la regola che inseriresti in #GalateoLinkedIn?

Un “tip”? My God! “Famo ‘na dritta” avrebbe proposto il mio impareggiabile compagno e filosofo di strada Nando der Gazometro. Anzi due dritte:
– Non confermate mai competenze solo per spirito di reciprocità. È roba da Facebook!
– Se decidete di “raccomandare” qualcuno, fatelo con intelligenza emotiva, evitando sia il taglio affettivo-goliardico sia i toni solenni da lapide.

Circa la prima: tra le pochissime persone che ho cancellato su LinkedIn, ci sono un incosciente che mi accreditava per il mio inglese (che invece è veramente orribile) e un superficiale che mi attribuiva grandi competenze per “Office”: ma perché mai essere uno specialista degli applicativi di Office (e, tra l’altro, io non lo sono) dovrebbe giovare al mio skill professionale che si muove su altri piani?

La seconda: se scrivete: “Ho conosciuto Pinco Pallo come manager rigoroso, integerrimo, riferimento costante per i colleghi, leader riconosciuto dai propri collaboratori che conduceva con coraggio alle nuove sfide del mercato…” viene spontaneo aggiungere “Una prece”.

E avrete seppellito la professionalità del vostro amico.


Marco Stancati si racconta

Analogico per anagrafe e cultura, immigrato digitale per vocazione a vivere i tempi che evolvono.

Attualmente è comunicatore d’impresa, curatore d’eventi per il Festival delle Generazioni, professore a contratto della Sapienza di Roma.

In passato top manager, mediatore immobiliare, ricercatore.

Condivide la vita con una moglie, due figlie, cinque nipoti, amici bizzarri e un’imprevedibile boxerina.

Ama la convivialità, la scrittura, la fotografia, la bicicletta e lo stupore dell’arte.

Marco Stancati su LinkedIn